Nota Biografica

 

Ritratto Davide MengacciDavide Mengacci

Nasce a Milano nel 1948 e comincia a fotografare a 11 anni (ombre, prospettive, amichetti e famigliari). Nel decennio successivo si orienta verso il reportage scoprendo di essere interessato soprattutto alle persone: le osserva e le riprende per strada, nei bar, quando lavorano e quando si divertono. Nel 1968, influenzato dalla conoscenza di alcuni fotografi professionisti – soprattutto Ugo Mulas – inizia un periodo di intensa e regolare attività fotografica di reportage sociale e ritratti di artisti nei loro studi; intanto subisce il fascino del realismo francese di Robert Doisneau e Cartier Bresson.

Mentre studia Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano frequenta i corsi di fotografia dell’Umanitaria.

Negli anni ’70 inizia ad occuparsi dell’azienda di famiglia: un’agenzia internazionale di pubblicità fondata dal padre Guido e per ragioni professionali frequenta i più importanti fotografi dell’epoca. Diventa amico di Gianni Berengo Gardin e inizia a guardare con curiosità e passione la piccola umanità e i piccoli episodi della quotidianità cittadina: fotografa i portinai che spazzano i cortili delle case popolari e gli operai al lavoro nelle strade, i ragazzi che si esibiscono davanti al suo obiettivo e gli innamorati che si baciano, sensibile soprattutto all’estetica del bianco e nero.

Per alcuni anni collabora come fotografo di cronaca alle pagine milanesi de Il Giorno (1984-85) e de La Repubblica (1985-89) e con servizi di reportage geografico per Qui Touring (1984-85), il mensile del Touring Club Italiano.

Nel 1985 cambia vita, cede la sua agenzia di pubblicità e comincia a lavorare per le reti Mediaset conducendo programmi televisivi di grande successo: Candid Camera Show, Scene da un Matrimonio, Perdonami, La Domenica del Villaggio, Fornelli d’Italia, per citare soltanto i principali. Questo gli consente di viaggiare in tutta Italia scoprendo centinaia di piccoli paesi poco noti ma ricchi di storia e di fascino nei quali porta l’occhio delle sue telecamere facendoli conoscere a tutti i telespettatori italiani.

Fino al 2012 Davide Mengacci ha continuato ad osservare – preferibilmente in bianco e nero – la realtà che lo circondava realizzando una convincente “fotografia di strada” rivolta ai luoghi visitati, in Italia e all’estero, con una concentrazione e una applicazione che non si limitano all’esercizio estetico dell’immagine ma declinano un’attenta e appassionata osservazione della vita.

Nel 2013 ha iniziato un percorso di ricerca che lo ha portato a sperimentare la moda, il reportage, il glamour e il nudo arrivando alla conclusione che il suo più sincero interesse (rinato a distanza di 45 anni) è per il ritratto, genere fotografico che Davide Mengacci pratica oggi.

Mengacci ha pubblicato 8 libri con le sue fotografie ed esposto in 12 Mostre personali in diverse città d’Italia.

Ritratto Passioni Davide Mengacci

In questo autoritratto ci sono 3 grandi passioni della mia vita: la fotografia, i cani e lo spettacolo che è il mio lavoro. Ho passato la mia infanzia al “Piccolo Teatro” di Milano perché i miei genitori che ci lavoravano (costumista mia Madre e direttore di scena mio Padre) dopo la scuola mi portavano in teatro con loro dove facevo i compiti e giocavo con le armi e gli oggetti di scena. Spesso le prove degli spettacoli si protraevano fino a tarda notte così io mi addormentavo nelle poltrone di platea e il mattino seguente mi lavavo nei camerini degli attori e poi venivo accompagnato a scuola da un macchinista con un “Motom” rosso. Quando Sergio Tofano mise in scena “Il Signor Bonaventura” cercava un attore molto piccolo che entrasse nel costume del bassotto che porta in bocca il milione al Signor Bonaventura; fu quasi scontato proporlo a me che ero sempre in teatro ma i miei genitori si opposero perché non volevano che, a soli sette anni, perdessi un anno di scuola tanto, infatti, duravano allora le tournèe degli spettacoli del Piccolo in tutta Europa. Trent’anni dopo mia madre mi rivelò che quel divieto era stato un pretesto, una scusa per impedirmi di diventare un attore non potendo sapere se avessi avuto il talento per avere successo e avendo il timore che avrei potuto essere un guitto per tutta la vita. Lo fece il giorno in cui le dissi che avevo intenzione di liquidare la mia agenzia di pubblicità e lavorare nello spettacolo. Così quel bassotto negato si ripresentò a trent’anni di distanza trasformato in conduttore televisivo.